autismo vaccinazioni

Il presunto legame tra autismo e vaccino trivalente (morbillo, orecchioni e rosolia) è il frutto di una accertata frode scientifica messa in piedi, per interessi economici, dal medico britannico Andrew Wakefield, radiato poi dall’ordine. Eppure puntualmente si riaccende il dibattito sulla pericolosità dei vaccini, alimentando ansie e timori nei genitori.

In realtà, la ricerca scientifica evidenzia che non solo non ci sono prove a sostegno di un’associazione causale tra vaccini e autismo, ma che rappresentano una delle misure di sanità pubblica più efficaci per la protezione della salute, individuale e collettiva. Infatti, più soggetti sono immuni, perché vaccinati, meno probabilità ci sono che una malattia si diffonda: perché, in pratica, chi è vaccinato (se la percentuale è molto alta) protegge anche chi non lo è.
«L’autismo si sviluppa in gravidanza, a causa di mutazioni genetiche che causano anomalie nello sviluppo del sistema nervoso», spiega la neurobiologa Maria Luisa Scattoni, coordinatrice del Progetto Nida, per il riconoscimento precoce dell’autismo, dell’Istituto Superiore di Sanità. A trarre molti in inganno è il fatto che i disturbi si manifestano, per lo più, tra i 12 e 24 mesi, l’età in cui sono previste la maggior parte delle vaccinazioni pediatriche.

«Ma non sono i vaccini a scatenare l’autismo», aggiunge Antonio Persico, professore di neuropsichiatria infantile dell’Università Campus Bio-Medico di Roma. «I disturbi sono dovuti a reti neurali difettose che si formano durante la gravidanza, il cui mal funzionamento però non risulta chiaramente evidente nei primi mesi di vita, ma più avanti nel corso dello sviluppo del bambino, e può diventare lampante quando l’organismo è sottoposto a stimoli che richiedano un super lavoro energetico: un’otite, una bronchite o un vaccino. Fattori che possono far venire alla luce il difetto neurale preesistente». In realtà, infatti, una ricostruzione accurata della storia familiare e personale rivela, a posteriori, segnali chiari di un problema più remoto: da difficoltà nel concepimento a minacce d’aborto durante la gravidanza, o per esempio, ritardo nella lallazione, l’assenza di condivisione dello sguardo nella relazione madre-bambino, la tendenza a ripetere gesti e parole e la scarsa capacità di attenzione ben prima della somministrazione del vaccino.

Simona Regina – da OK Salute e Benessere marzo 2015

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