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I bambini italiani sono tra i più apprensivi in Europa nei confronti della scienza dei numeri. I consigli dello psicoterapeuta dell’età evolutiva

La matematica non sarà mai il mio mestiere, cantava Antonello Venditti in quello che è diventato un inno per almeno due generazioni di studenti alle prese con la maturità. Già nel 1984, in Notte prima degli esami, il cantautore romano aveva espresso ciò che ora una ricerca dell’Università di Cambridge ha certificato: l’ansia da matematica esiste. Lo studio, che ha coinvolto 2.700 studenti italiani e inglesi dalle elementari alle superiori, afferma infatti che l’avversione per questa disciplina, associata a paura e angoscia, può manifestarsi già alla scuola primaria e si rafforza nel tempo. A provocarla sono influenze esterne, non necessariamente legate a uno o più insuccessi, e sul banco degli imputati, secondo i ricercatori della prestigiosa università britannica, ci sono genitori e insegnanti.

I pregiudizi degli adulti

«L’ansia da matematica è strettamente connessa all’apprendimento ambientale», spiega Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore presso il dipartimento di scienze bio-mediche dell’Università degli Studi di Milano. «Le narrazioni che gli adulti mettono a disposizione dei bambini ne modellano la forma mentis. Se un genitore racconta spesso i suoi fallimenti in questa disciplina, inevitabilmente influenzerà in maniera negativa l’approccio del figlio». E in effetti, quante volte abbiamo sentito dire o abbiamo pronunciato frasi del tipo: «I numeri non fanno per me», «Mai stato portato per la matematica». Espressioni apparentemente innocue, spesso accompagnate da racconti di episodi negativi che, secondo l’esperto, contengono un errore di fondo: quello di fornire una realtà già incorniciata in strutture di pensiero proprie all’adulto.

Legato all’ambiente di apprendimento è anche l’altro aspetto emerso dalla ricerca, che evidenzia come bambine e ragazze siano le più colpite dall’ansia. «La matematica è fortemente sottoposta allo stereotipo di genere, cioè dai più non viene considerata una materia per donne», sottolinea lo psicoterapeuta. Un preconcetto radicato nel mondo degli adulti, che in maniera più o meno implicita continuano ad amplificarlo e rafforzarlo. Nonostante gli sforzi della scuola, il gap tra maschi e femmine resta elevato: basta guardare il sesso degli iscritti alle facoltà di ingegneria.

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L’inadeguatezza dell’insegnamento

A creare agitazione nei ragazzi contribuisce anche la scuola. Secondo l’ultimo rapporto PISA (Program for international student assessment), il programma Ocse di valutazione degli studenti quindicenni, la scuola italiana è la più ansiogena al mondo: mentre solo il 37% dei ragazzi europei diventa nervoso quando si prepara a un test, da noi lo è il 56%, e persino il 70% di chi si dichiara preparato prova molta agitazione. Inutile dire che a far tremare le gambe agli studenti italiani sono i voti, temuti dall’85% (66% la media Ocse). «La nostra scuola è fortemente cognitiva e disciplinare, basata su spiegazioni, interrogazioni e compiti in classe», prosegue Pellai. «Ripropone cioè costantemente la relazione tra un adulto che sa, valuta e giudica e un minore inesperto che deve imparare, essere valutato e giudicato. Questo modello genera la dimensione performativa costante e l’ansia da prestazione». E infatti ai vertici della classifica Ocse ci sono le scuole del Nord Europa, basate su un modello laboratoriale, dove quella di gruppo è la modalità di lavoro prevalente.

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Un insuccesso mina l’autostima

Ma perché l’ansia riguarda soprattutto la matematica e non altre materie? La risposta è nella specificità dei numeri. «Si tratta di una disciplina in cui il risultato è certo e unico», spiega lo psicoterapeuta. «Non si scappa, insomma. Ecco perché è più facile che i ragazzi entrino nel panico durante i test. Se quel risultato non arriva, a volte si comincia a girare in loop, con un pensiero fisso che ripete: “devo trovare quel risultato ma non ci riesco”. Da lì alla convinzione invalidante di non esserne capaci, il passo è breve».

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Un circolo vizioso, quindi, che porta a valutare un singolo insuccesso non per quello che è (un errore, da cui imparare) ma come un indizio inequivocabile di una incapacità individuale: così facendo crolla l’autostima e i compiti successivi saranno considerati montagne da scalare, anziché singoli problemi da affrontare di volta in volta.

Competenze numeriche
già a quattro mesi d’età

La verità è che non azzeccare il risultato di un’equazione è uno dei tanti errori in cui ogni essere umano può incorrere, anche per stanchezza o per distrazione, e non può e non deve essere identificato come un sintomo di scarsa intelligenza nemmeno in chi è stata riconosciuta la discalculia, un disturbo dell’apprendimento che può essere risolto con interventi specifici. L’intelligenza matematica, infatti, è innata nell’uomo e i ricercatori americani dell’Università della Pennsylvania hanno osservato che i bambini, già a quattro mesi d’età, sono in grado di distinguere le quantità.

Suggerimenti per genitori e studenti

Insomma, l’ansia, nella stragrande maggioranza dei casi, è ingiustificata, e la comprensione della più ostica delle materie scolastiche è alla portata di tutti. Ecco allora i consigli di Pellai per genitori e studenti.

  • Ricordare che errare è umano

Altro adagio da tenere a mente: sbagliando s’impara. Sembra banale, ma sono questi i punti fondamentali per evitare che gli studenti si scoraggino troppo e assumano atteggiamenti rinunciatari. Di fronte a un brutto voto o a un insuccesso, il compito dell’adulto è di sottolineare che sbagliare è normale e che può capitare anche ai migliori della classe.

  • Valutare soluzioni diverse

Il compito a casa non riesce? I genitori aiutino pure i figli, ma tenendo presente che spesso si trovano di fronte a metodi didattici diversi da quelli sperimentati in prima persona 30-40 anni prima. Senza screditare l’operato degli insegnanti, quindi, possono offrire modi alternativi per attivare alla soluzione. Porre dei limiti, invece, provoca disagio, soprattutto nei bambini piccoli: il classico errore da evitare è quello di pretendere che il piccolo esegua calcoli a mente e non si aiuti contando con le dita.

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  • Spegnere lo smartphone

La matematica è una materia che richiede attenzione e concentrazione. Spesso, invece, i ragazzi mentre fanno i compiti danno un’occhiata ai social, aggiornano la playlist, magari fanno una partita a un videogioco o guardano un video su YouTube. Andrebbe «bonificato» l’ambiente di studio, stabilendo un tempo (una o due ore al pomeriggio) in cui lo smartphone è spento o resta in modalità aereo.

  • Accettare gli aiuti esterni

Se ciò che serve al ragazzo è un rinforzo specifico, la cosa migliore è incoraggiarlo a studiare assieme a compagni più bravi in matematica, specie se si crea una sorta di banca delle competenze, in cui ogni scolaro mette a disposizione la sua preparazione delle materie in cui va meglio. Eventualmente, qualora necessario, può essere utile anche qualche ripetizione con un insegnante della materia.

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  • Imparare a rilassarsi

Le tecniche di rilassamento sono particolarmente importanti nelle occasioni di maggiore stress, cioè quando si devono affrontare le prove in classe o gli esami. Una strategia utile potrebbe essere che nei primi cinque o dieci minuti di un test, quelli in cui in genere si entra nel panico, non si guarda il compito ma si cerca di restare sintonizzati con se stessi, di controllare respirazione e battito cardiaco. Solo una volta raggiunto uno stato di calma significativo si può guardare il foglio. Se l’insegnante è comprensivo, certamente permetterà di recuperare quei minuti alla fine. L’aiuto esterno, nei casi più difficili, può venire da uno psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, che possa anche insegnare le tecniche di respirazione, di rilassamento, di immaginazione guidata.

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