roberto giacobbo
Credits: @robertogiacobbo

«Quando vado all’estero mi regolo istantaneamente sull’ora locale, magari dopo aver sfruttato il volo in aereo per dormire. A tavola evito i piatti elaborati con ingredienti che non riconosco e bevo solo acqua gasata in bottiglie chiuse»

Sono un uomo sempre «oltre il confine», come recita il sottotitolo del mio programma (Freedom, dall’autunno su Italia 1). La mia professione di divulgatore scientifico televisivo da quasi un ventennio mi porta da una nazione all’altra, da un continente all’altro. Valico oceani e montagne, mi sposto tra metropoli e rovine archeologiche sulle orme di un lavoro meraviglioso, che adoro ma che richiede anche massicce dosi di energia. Perché viaggiare, quando si passa attraverso più meridiani e si approda in contrade lontane da noi anche dal punto di vista socioculturale, non è uno scherzo e richiede alcuni accorgimenti per non incappare in brutte sorprese, che possono mandare a monte la missione lavorativa (o la vacanza).

Come affronto il jet lag

Il problema principale, ovviamente, è il jet lag, cioè il disturbo del sonno causato dal cambiamento del fuso orario. Io mi comporto seguendo una regola che si è rivelata assai efficace: quando approdo in un Paese inizio istantaneamente a vivere il suo orario, anche se ci sono nove o più ore di differenza rispetto all’Italia. È sbagliato pensare, come fanno in molti, che a casa propria in quel momento sono le 3 del mattino: se nel posto in cui mi trovo sono le 8, sono le 8 e basta e, quindi, mi comporto di conseguenza. Altrimenti il rischio è di sembrare uno zombie che cammina tra la gente. Certo, mi capita di avere sonno, ma, nel caso, me lo tengo ed evito di andare a dormire troppo presto, in modo da svegliarmi, poi, all’ora giusta rispetto al luogo in cui mi trovo. Se, poi, a letto spalanco gli occhi alle 4 o alle 5 del mattino perché ho la sveglia casalinga in testa, mi giro dall’altra parte e mi sforzo di riprendere sonno. Alzarsi seguendo il fuso del Paese di provenienza, se questo è lontano da quello in cui si sta soggiornando, è un errore che si paga: farà trascorrere una giornata d’inferno. Insomma, l’adattamento della fase sonno/veglia al nuovo posto dev’essere immediato. E in questo mi aiuta anche il viaggio in aereo, soprattutto se lungo. Quando, per esempio, mi imbarco su un volo che dagli Stati Uniti mi riporta in Italia, quindi con otto o nove ore da passare tra le nuvole, noto che molti passeggeri si mettono a guardare film oppure cenano. Ma non c’è comportamento peggiore, perché, appena sbarcati, ci sarà ancora un’intera giornata o quasi di fronte a noi, così io mi metto subito a dormire, in modo da arrivare il più possibile fresco al lavoro.

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Cosa mangio quando viaggio all’estero

A favorire il sonno è il rapporto che ho con il cibo. Seguo la regola aurea degli antichi: colazione da re, pranzo da principe e cena da povero. Per me che mangio sempre in ristoranti diversi di Paesi diversi, l’alimentazione è un aspetto da curare con attenzione e in questo mi faccio consigliare da un amico medico. Al mattino consumo un’abbondante colazione con molte fibre, mentre a pranzo prediligo le proteine (bistecca o pesce) e alla sera il pasto è esclusivamente vegetariano. Non vado mai a letto digiuno, perché bisogna sempre mettere nello stomaco qualcosa che attivi il nostro metabolismo. Poi, ovviamente, essendo spesso all’estero, c’è il problema delle intossicazioni alimentari. Una volta, in un ristorantino sulle rive del fiume Urubamba, in Perù, con il mio staff abbiamo mangiato alcune trote alla griglia. Due autori si sono presi la febbre tifoidea, a me è andata bene: avevo mangiato il pesce sano, quasi stessimo giocando alla roulette russa. Di fatto, cerco sempre di assaggiare le cucine locali, dai grilli fritti in Messico alle uova sode sotto aceto colorate con il caramello in Inghilterra (non vi dico che fatica il masticarle), ma sempre con la massima attenzione. Il mio trucco consiste nello scegliere solamente cibi i cui ingredienti siano riconoscibili ed evitare i piatti elaborati, con componenti «misteriose». Quindi, per esempio, dico no a polpettoni o ravioli dal ripieno indefinito, che possono nascondere trappole. Occhio anche all’acqua. Una sera di anni fa, in Egitto, io presi un karkadé, che non è altro che tè, cioè acqua bollita con ibisco, mentre alcuni membri della troupe optarono per una bibita con ghiaccio, in pratica acqua del rubinetto solidificata. Ecco, per loro le notti successive non furono facili, tra una corsa in bagno e l’altra. Di acqua io ne bevo tanta, ma sempre da bottiglie chiuse. Salvo il fatto che ho scoperto come in certe zone queste ultime siano in realtà richiuse, perché i furbi ci sono in tutto il mondo. Così ora opto, dove possibile, per l’acqua gasata: la presenza di anidride carbonica dentro la bottiglia aiuta in parte a ridurre le possibilità di contaminazione.

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Viaggiare dà sicurezza nella vita

Rischi del mestiere a parte, comunque, il mio consiglio a voi lettori di OK è: viaggiate, viaggiate più che potete! Come negli hard disk dei computer, la maggior parte della memoria del nostro cervello è occupata dalle immagini, da ciò che entra nella mente attraverso gli occhi. È questo è anche un grande sostegno psicologico. Mi ricordo di una volta che ero in tensione per un importante colloquio. Mia moglie Irene mi disse: «Certo, tu ti troverai di fronte a un interlocutore competentissimo, ma lui è salito sulla piramide di Cheope? Si è immerso in mezzo agli squali nel mare del Giappone? Ha camminato sulle linee di Nazca? È entrato dentro le grotte indiane? Ecco, mi sa che sarai tu ad avere una visione del mondo più ampia e potrai inserire all’interno del discorso quello che è rimasto nei tuoi occhi». Ho affrontato con molta più sicurezza quell’incontro.

Roberto Giacobbo (testimonianza raccolta da Marco Ronchetto)

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