Reflusso gastroesofageo: sintomi e cure

Bruciore, rigurgito e dolore retrosternale sono i sintomi con sui si manifesta il reflusso. Dai farmaci alla chirurgia, l'esperto di OK Fabio Pace spiega come intervenire

Causa bruciore, difficoltà digestive e rigurgito. Sovrappeso e obesità sono tra i fattori di rischio della malattia da reflusso gastroesofageo. Come diagnosticarla e come curarla? Ecco i consigli di Fabio Pace, primario di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva all’ospedale Bolognini di Seriate in provincia di Bergamo (puoi chiedergli un consulto qui).

 Che cos’è la malattia da reflusso gastroesofageo?

La malattia da reflusso gastroesofageo è un problema molto comune nella popolazione generale. Si stima che tra il 10 e il 20 per cento degli individui presenti sintomi da reflusso frequenti, anche se in generale di entità lieve.

Più raramente questi sintomi sono invalidanti e nelle forme più avanzate (esofago di Barrett) la malattia da reflusso gastroesofageo rappresenta un precursore del tumore dell’esofago. Da un punto di vista epidemiologico i soggetti più a rischio sono sono soprattutto le persone sovrappeso od obese, e le donne in gravidanza, per l’aumento della pressione addominale.

La malattia si genera quando la pressione esercitata dalla valvola antireflusso, che è presente tra esofago e stomaco, lo sfintere esofageo inferiore, è superata dalla pressione addominale; oppure quando questa valvola antireflusso è poco efficiente, come ad esempio nei casi di ernia iatale.

Quali sono i sintomi?

I sintomi tipici della malattia da reflusso sono la pirosi, cioè il bruciore retrosternale, e il rigurgito, che lascia un sapore acido in bocca. Altri sintomi possono essere il dolore retrosternale, che il paziente può confondere con un dolore anginoso tanto da richiedere tutta una serie di valutazioni cardiologiche; e i cosiddetti sintomi extra-esofagei o sopra esofagei: la tosse cronica, la laringite da reflusso (che tende a dare alterazioni al timbro della voce) e problemi di asma, legati all’inalazione di piccole quantità di acido dalla via digestiva e quella respiratoria. Nei casi più avanzati, quando l’infiammazione tende a essere sostituita da una fibrosi reattiva, si può manifestare una disfagia, cioè una difficoltà a far transitare il bolo (il boccone di cibo masticato) dalla bocca allo stomaco.

Come si arriva alla diagnosi?

La diagnosi richiede un’attenta valutazione dei sintomi, e spesso si effettua semplicemente ascoltando il paziente. La gastroscopia è prescritta soltanto in caso di presenza dei segni di allarme come la perdita involontaria di peso, la manifestazione anche notturna dei sintomi, l’anemizzazione, o comunque l’età sopra i 50 anni di età. La necessità in questi casi della gastroscopia dipende dal fatto che, seppur raramente, la malattia può complicarsi con una lesione pre-cancerosa, la metaplasia intestinale, comunemente denominata come Esofago di Barrett.

Se la gastroscopia è negativa, in presenza di sintomi tipici, non c’è bisogno di altri esami e la diagnosi sarà malattia da reflusso non erosiva, che è la forma più frequente. Su dieci pazienti, infatti, soltanto tre o quattro hanno lesioni, mentre gli altri presentano sintomi ma non lesioni alla mucosa. Nei casi di sintomi extra-esofagei si può ricorrere a una misurazione diretta del reflusso nell’esofago, che si effettua tramite la pH-metria nelle 24 ore o la pH-impedenzometria, che misura tanto il reflusso acido quanto il non acido.

Qual è la terapia?

La terapia è volta a contrastare il reflusso di acido dallo stomaco all’esofago, che è poco “attrezzato” per proteggersi da quest’azione lesiva. I farmaci maggiormente impiegati sono gli antisecretivi e gli inibitori della pompa protonica.
Molto importante è anche il regime alimentare: il paziente obeso o sovrappeso deve perdere peso perché questo migliora moltissimo la sintomatologia, e consente anche la regressione delle lesioni. Blandamente efficaci invece i nostri consigli di evitare le bevande gasate, le spezie, il cioccolato, la menta: a questo riguardo c’è scarsa evidenza di efficacia in letteratura, sebbene tali consigli siano fondamentalmente di buon senso.

Se il trattamento a base degli inibitori della pompa protonica non ha consentito un controllo dei sintomi, si possono aggiungere dei farmaci come i protettori di mucosa, o le miscele di acido ialuronico e alginato che si trovano in commercio.

Quando s’interviene chirurgicamente?

L’intervento chirurgico è relativamente semplice e prevede un rimodellamento di segmenti anatomici, volto a rafforzare la valvola antireflusso. Si chiama fundoplicatio e consiste nel creare come un colletto attorno all’esofago distale. È utile soprattutto quando si deve correggere un’ernia iatale particolarmente importante.

Oggi ci sono nuovi dispositivi endoscopici o chirurgici in fase di sperimentazione. Tra questi il più avanzato è l’anello magnetico antireflusso (Linx): posizionato dal chirurgo intorno all’esofago distale, crea un secondo sfintere all’esterno dell’esofago che si apre quando passa il bolo e si richiude immediatamente dopo, prevenendo il reflusso.

Eliana Canova

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