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Ecco le cellule che fanno da scudo anche dopo 14 anni, perché conservano la memoria della cura

Una nuova terapia anti-cancro, che funziona come un vaccino. Annunciano una rivoluzione i primi risultati di unomesso a punto dai ricercatori dell’Irccs Ospedale San Raffaele e Università Vita-Salute San Raffaele, in occasione del meeting annuale dell’American association for the advancement of Science () e pubblicato su Science Translational Medicine. Sono stati selezionati quelli che sono stati chiamati “soldati scelti” del sistema immunitario, per poi modificarli geneticamente in laboratorio in modo che siano in grado di riconoscere e uccidere selettivamente le cellule tumorali.

È stato messo sotto osservazione il sistema immunitario di pazienti con leucemia acuta, che avevano ricevuto a partire dal 2000 il trapianto di midollo osseo da donatore familiare parzialmente compatibile. «Per prima cosa abbiamo verificato che i parametri immunologici di questi pazienti, a distanza di anni dal trapianto e dalla terapia genica, fossero uguali a quelli che si trovano in soggetti sani e di pari età – spiega Chiara Bonini vicedirettore della Divisione di immunologia, trapianti e malattie infettive del San Raffaele. Il passo successivo è stato quello di identificare quali cellule del sistema immunitario resistono nel tempo e quali di queste potranno essere ‘armate’ in futuro per combattere più efficacemente le leucemie».

La sperimentazione prevedeva l’infusione di linfociti T del donatore, modificati geneticamente con il gene “suicida” TK, con l’obiettivo di fornire ai pazienti un nuovo sistema immunitario, capace di combattere la leucemia e di difenderli dalle infezioni, e suscettibile di essere controllato selettivamente nel caso di complicanze.

«Oggi è possibile ‘armare’ geneticamente i linfociti T in modo che riconoscano ed eliminino le cellule tumorali residue con precisione ed efficacia – ha raccontato Chiara Bonini – grazie a questo studio possiamo supporre che se armiamo geneticamente la sottopopolazione di memory stem T cells, queste cellule sopravvivranno molto a lungo nel paziente, contribuendo a mantenere la remissione. La presenza del gene suicida ci permetterà inoltre di controllare le eventuali tossicità».

«Ci siamo riusciti»continua Bonini. «Negli ultimi 15 anni non ho visto tassi di remissione così alti in test clinici. Abbiamo individuato quali sono i linfociti con le maggiori probabilità di riuscire in questa impresa. Si tratta di cellule che costituiscono una specie di ‘farmaco vivente’. Abbiamo alte probabilità di creare un medicinale che potrebbe ridurre la probabilità di recidiva del cancro».

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