piede piatto

Superata l’età in cui l’arco della pianta del piede dovrebbe essersi sviluppato serve un plantare e, solo in alcuni casi selezionati, l'intervento chirurgico

Temete che vostro figlio abbia il cosiddetto “piede piatto”? La prima cosa da sottolineare è che fino a circa quattro anni d’età è assolutamente normale che i piedi non abbiano ancora sviluppato il corretto arco plantare. La seconda è che in molti casi con questa condizione si può tranquillamente convivere per tutta la vita, senza fare nulla. Occorre però non sottovalutare il problema e sottoporre il bambino a un’attenta valutazione specialistica.

Due diverse tipologie di piede piatto

«A grandi linee possiamo affermare che l’80% dei casi di piede piatto essenziale, ovvero quello più comune che si forma nei bambini, sia semplicemente morfologico e che soltanto nel 20% restante ci siano delle implicazioni funzionali», spiega Francesco Ceccarelli, Professore ordinario di Ortopedia e traumatologia e di Malattie dell’apparato locomotore all’Università di Parma. «Mentre i primi sono del tutto asintomatici e non necessitano di alcun intervento, gli ultimi possono scatenare, specialmente in età adulta, sintomi limitanti come infiammazione cronica del tendine del muscolo tibiale posteriore e/o del tendine di Achille, fascite plantareartrosi, alluce valgo, neuroma di Morton e richiedono quindi un’azione correttiva».

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Primo approccio: il plantare correttivo

Dopo i quattro anni d’età del bambino, se l’arco della pianta del piede non si è sviluppato correttamente, sarà necessaria l’adozione di un plantare correttivo su misura, da tenere massimo tre anni, periodo oltre il quale perde efficacia. Una volta tolto, dopo aver lasciato passare qualche mese, si valuterà l’effettiva funzionalità del piede. «È questo il momento decisivo del percorso diagnostico», sottolinea Ceccarelli, «perché è adesso che si determina, in primis, se il piede abbia acquisito la forma corretta e, in caso contrario, se la patologia abbia le ripercussioni funzionali descritte prima». Questa fondamentale valutazione avviene attraverso delle prove cui viene sottoposto il bambino. Quelle principali sono camminare sulle punte senza che il calcagno ruoti verso l’interno, riuscire a camminare sui talloni senza eccessiva difficoltà e stare in equilibrio su un piede solo per una decina di secondi. Anche in presenza di un piede morfologicamente piatto, se il bambino supera queste prove non bisogna intervenire, mentre se le prove non vengono superate sarà necessaria un’operazione.

Secondo approccio: l’intervento chirurgico

L’intervento è di natura profilattica, ovvero ha lo scopo di evitare complicazioni successive nell’adulto come quelle prima descritte. «Solitamente i primi dolori cominciano a comparire verso i dieci anni, quando le attività motorie semplici dell’infanzia lasciano spazio alla pratica sportiva più propriamente detta», aggiunge lo specialista. Lo scopo dell’intervento è impedire la pronazione (rotazione all’esterno del calcagno con abbassamento della volta plantare) eccessiva del piede bloccando il movimento verso l’esterno del calcagno tramite l’innesto di piccoli dispositivi (endortesi) o piccole viti: a seconda del modello utilizzato, verranno rimossi in un secondo momento, oppure si riassorbiranno da soli col passare degli anni. Il chirurgo può operare in anestesia generale oppure, se il bambino collabora, in anestesia spinale e il recupero prevede il gesso per circa tre settimane e una successiva, modesta fase di riabilitazione. La finestra temporale per effettuare l’operazione va dai 9 ai 13 anni di età ossea.

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Come si corregge negli adulti?

E un adulto che scopra di soffrire di piede piatto funzionale non corretto in età infantile? «Anche in questo caso», conclude Ceccarelli, «è possibile intervenire chirurgicamente, ma le tecniche sono più invasive e comportano un periodo post-operatorio maggiormente impegnativo. Il primo approccio è quindi terapeutico e prevede l’utilizzo di un plantare permanente. Diversamente dai plantari infantili, infatti, quelli utilizzati per gli adulti sono strumenti di compenso e non correttivi. Questo significa che, così come gli occhiali migliorano la qualità della vita ma non guariscono miopia o presbiopia, così il plantare di compenso, riducendo il dolore, può agevolare i movimenti senza guarire però la patologia del piede».

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